2006 | TI PRESENTO SENDY, CONVITATO DI SILICONE

Testi: Giampiero Mughini
Design: Alessandro Ciffo 
Fotografia: Pino Settani
Edizioni: XXI Silico
Copyright: Alessandro Ciffo

Ti presento sendy, convitato di silicone

Se è vero quel che diceva la scrittrice americana Gertrude Stein, che una rosa è una rosa, allora dovrebbe essere altrettanto vero che una tovaglia è una tovaglia.
La tovaglia schiamazzante di colori che Alessandro Ciffo ha progettato e manifatturato in quel suo materiale da prediletto, il silicone,una tovaglia che è appena entrata nella mia vita e nella mia collezione.
La tovaglia che farà da madre di tutte le tovaglie che Ciffo vuole produrre e esibire al prossimo Salone del mobile di Milano, l’appuntamento per antonomasia del design italiano e forse europeo.

Naturalmente non è vero niente che una tovaglia è una tovaglia e basta, come non era vero niente quel che aveva scritto la Stein. Una rosa può essere un toccante dono d’amore ma anche il fiore da sbattere in volto all’amante che ti ha tradito o che vuoi tradire. Una rosa profuma ma punge anche. E poi c’è quel momento in cui la rosa è viva e fiorente, e quell’altro perfettamente opposto in cui appassisce e muore. Lo stesso dicasi di una tovaglia, e tanto più di questa tovaglia del Ciffo. Può essere tante cose.

E’ un arredo della casa oppure un’opera d’arte moderna, e tanto più  adesso che sono andati in pezzi i vecchi confini che separavanol’Arte con la maiuscola dalle arti applicate?
Ci disponi sopra piatti e bicchieri a far festa quando arrivano gli amici la sera, oppure la appendi al muro a modo di arazzo? La vuoi guardare da lontano e con rispetto oppure la vuoi usare? La lasci lì sulla tavola a gridare la sua vitalità e la sua originalità, oppure ogni volta la arrotoli a conservarla e metterla al riparo?
Ovvio che la tovaglia del Ciffo è tutte queste cose assieme. E difatti è come se a casa mia fosse entrato un nuovo personaggio, un nuovo  ospite, un nuovo protagonista. Il convitato di silicone.
La tovaglia che ha un’aria quando la tavola è imbandita e gli amici sono in arrivo, e ne ha un’altra quando nei piatti ci sono i resti delle pietanze e gli amici sono andati via e un’altra giornata della nostra vita è finita.

Un artista e il suo materiale, un materiale che è assieme la sua dannazione e la sua esaltazione. Nato nel 1968, artista di istinto eatto alla sfida, Ciffo il silicone lo adopera sistematicamente, cocciutamente, fin dal 1994.
Cominciò addirittura mettendosi a ridipingere la Gioconda in silicone. A un tempo in cui era già lungo il tragitto creativo di Gaetano Pesce, l’architetto e designer veneziano che aveva cominciato a trafficare genialmente con le resine chimiche dall’alba degli Ottanta. A uno che si imbattesse nei primi vasi di Ciffo, ad esempio in quel “Frillo” rosso rosso che scoprii ed acquistai alla Dilmos una decina d’anni fa, poteva succedere di confondere le sue opere con quelle di Pesce. E difatti una volta un giornale malaccorto ha chiamato Alessandro Ciffo “Gaetano Ciffo”. Quasi fosse una creratura bina, metà Pesce metà Ciffo. Vero niente. Ciffo è Ciffo è basta. Tanto è vero che quando Pesce vide per la prima volta le sue opere a un Salone del mobile di alcuni anni fa, gli fece i suoi complimenti. (E più tardi ha adoperato anche lui il silicone.) Di fare quella confusione a me, fan accanitissimo delle opere di Pesce, non accade. Non sapevo di chi fossero quelle opere che erano fragranti già a vederle, a toccarle, ma avevo capito subito che non erano di Pesce. Erano di un giovane artista piemontese, mi spiegò Lella Valtorta, la regina di Dilmos. Ne comprai subito qualcuna. Ho trovato nel mio archivio il certificato di garanzia di un portaombrelli con la firma “XXI° a1 Silico”, il marchio di Ciffo. Dove “silico” sta per silicio,il materiale sabbioso da cui scaturisce il silicone.
Un materiale moderno per eccellenza. Un materiale duttile, la cui gommosità la stiri e la pieghi come e quanto vuoi. Un materiale cherisponde alle tue sollecitazioni, ai tuoi impulsi.
Un materiale che non si acquatta mai, resta sempre teso e vibrante. Un materiale che si accende dei colori che gli inietti e che è come se li restituisse moltiplicati al cubo.
Non c’è nessun rosso come il rosso dei vasi di Ciffo.
Non c’è nessun giallo come il giallo della tovaglia di cui vi sto parlando e che vi sto esaltando a costo di commettere un peccato di narcisismo.
E del resto se non ci fosse il narcisismo non ci sarebbe il collezionismo,  e dunque non ci sarebbe la storia dell’arte. 
Avevo già comprato una tovaglia in silicone di Ciffo alcuni anni fa. Dalla solita tentatrice, la Valtorta. E l’avevo usata una volta che erano venuti a cena da me Ciffo, e due suoi simili di generazione e intenzione creativa, la ceramista italoargentina Silvia Zotta e l’artista-designer Roberto Mora, entrambi a me carissimi. Nacque quella sera l’idea di commisssionare a Ciffo un’altra di tovaglia, di andare oltre. Andare oltre vuol dire sfidare all’estremo il materiale, esattamente quello che fanno Mora con il  ferro di risulta e Zotta con la ceramica. Tutto questo gruppo di artisti-designer quarantenni, quelli che ho citato e il toscano Andrea Salvetti e Dumdum, hanno in comune la lotta con il materiale che si sono scelti.
Un po’ sono dei dandy, un po’ sono degli apaches da quanto si accaniscono e ci danno sotto nella lotta con quel materiale. Nei 250 metri quadri dalle parti di Biella che fanno da laboratorio di Ciffo, è una specie di discesa agli inferi.
Nelle settimane e settimane che è continuata la sua fabbricazione della tovaglia che ci eravamo scelti (lui mi aveva proposto una grafica e certi colori, io avevo optato per un certo loro abbinamento), e man mano che lui andava avanti, mi mandava via e-mail le foto dei vari passaggi dell’opera.
Stesa su un piano, vibrava la nascente tovaglia che era stata rullata più e più volte in modo da assumere per bene i vari colori. Ognicolore era stato passato e ripassato fino a cinque-sei volte.
Ogni colore che era il frutto di tanti colori, nel senso che il rosso era il frutto tanti rossi, e così il verde e il giallo. E infine tre ripassate di bianco a livellare e armonizzare il tutto. Ogni gesto che era un provare, un riprovare, un tastare le valenze e le reazioni del materiale, e ogni volta non eri sicuro di quello che ne sarebbe risultato. Ma non vi dirò di più, altrimenti vi rivelo i segreti di un artista. In tutto sono state qualcosa come 80 ore di lavorazione, 80 ore di corpo a corpo dell’apache Ciffo con il silicone. Ce ne sono voluti 25 chili per realizzare una tovaglia che ne pesa sette. Unalotta un po’ da artista e un po’ da muratore contro la materia e a dar vita alla materia.
Quando l’amico Pino Settanni ha smesso di pedinare e fotografare ogni mossa e ogni istante dell’entrata in casa mia di quell’oggetto materialmente e simbolicamente tanto ingombrate, abbiamo subito messo la tovaglia in tavola per la cena.
Una cena in sei, quello che a casa mia è il numero biblico. Io, Michela, Ciffo e sua moglie, un mio amico e la sua compagna, un’abbagliante giovane attrice francese. Il mio amico, che si chiama Loreto e che pure non è un esperto d’arte, non la smetteva di palpare il silicone.
Quel silicone che non aveva affatto l’aria di essere stato domato e di restarsene per i fatti suoi. Tanto i suoi colori saettavano, che i piatti bianchi del mio servizio ne erano come trafitti e intimoriti.
Per tutta la durata della cena il silicone ha continuato a ringhiare e cantare. E del resto non dovrebbere essere questo il ruolo dell’arte,ringhiare e cantare allo stesso tempo?

Giampiero Mughini

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