2009 | SILICON D

a cura di Cecilia Cecchini
Testi: Cecilia Cecchini, Alessandro Romanini, Renata Caragliano
Fotografia: Emilio Tremolada, Mario Milo
Edizioni:  Arte’m collana Arte Contemporanea
Copyright: Alessandro Ciffo

LA POETICA DELLA MATERIA. OVVERO DISCIPLINA PER INDISCIPLINATI 

A cominciare dalla biologia  proseguendo per le scienze fisiche e chimiche le grandi evoluzioni avvengono per il tramite di ibridazioni, commistioni tra elementi non omogenei, spesso contigui ma non tangenti o comunque non appartenenti alla stessa famiglia o campo disciplinare.Come dire senza infrazione non c’è nuova regola, senza cortocircuito non c’è nuova energia.Per le arti contemporanee – il plurale include tutte le declinazioni compreso il cosiddetto design – la distinzione in categorie disciplinari ha iniziato a perder senso almeno a partire dalle avanguardie storiche di inizio XX secolo, sicuramente non ne ha più all’inizio del digitale e sinestetico XXI secolo.
L’opera di Alessandro Ciffo si situa in questo contesto, di dialogo multidisciplinare, affrancato da rigide griglie tecniche e linguistiche, contesto in cui domina dittatorialmente il senso della forma, pensata e realizzata.
Un’opera fondata sulla “conquista dell’orizzontalità“, nella quale l’oggetto artistico non si pone come qualcosa di superiore e diverso dalla vita comune ma come parte integrante di essa, come teorizzato da Alain Bois sulla scorta di Benjamin e Bataille.
Altro concetto basilare per un tentativo di definizione della variegata prassi delle arti contemporanee.
In questo territorio non si distinguono arti maggiori e arti minori, forma e impiego, finzione e funzione.
Il lavoro di Alessandro Ciffo ci ricorda come la diatriba sulla vera o presunta relazione creatasi tra arte e design (con l’architettura ospite obbligato) nel corso degli ultimi anni è un finto problema o un’interrogazione mal posta.
Sin dalla fine del XIX secolo sulla scorta delle teorie sinestetiche wagneriane e delle ricerche sulla “sintesi delle arti” nell’ambito del movimento inglese Arts and Crafts e Liberty il binomio belle arti e design era già stato ampiamente concepito nelle sue componenti strutturali.
Il XX secolo è stato percorso in maniera carsica da macroscopici eventi di sintesi tra le discipline; basta citare per brevità le esperienze delle avanguardie storiche, la grande incubatrice sinestetica rappresentata da Parigi nel primo trentennio del XX secolo, Bauhaus prima, Black Mountain College, New Bauhaus e Hochschule fur Gestaltung poi, attraversando le esperienze multidisciplinari della Jackson Church fino alla duttilità tecnica e alla commistione linguistica della cosiddetta YBA degli anni Novanta.
Il lavoro, la manualità conquistata e  costantemente esercitata, il savoir faire, come parte integrante della quotidianità operativa rappresenta l’altra componente inscindibile della genesi delle opere di Ciffo e la base della sua poetica, progetto e prassi.
Un’operatività che rinvia alla relazione intima che si stabilisce tra il pittore e la sua tela, tra lo scultore e il suo blocco.
Il lavoro come transito temporale, che lascia le sue tracce sul manufatto, che impone i suoi ripensamenti e le sue variazioni, che inscrive nella materia i segni del caso e dell’imprevisto fino a farne un elemento costituente. Una strategia condotta deliberatamente dall’artista, valorizzando il processo alla stregua del prodotto.Il lavoro metodico ma privo di una metodologia unitaria rigida, policentrico e duttile favorisce le possibilità artistiche della tecnologia e le qualità tecnologiche del fare arte.Il suo rapporto con la tecnologia, a partire dall’uso dei materiali siliconici per proseguire  con i procedimenti tecnici realizzativi è di carattere funzionale.
Si allinea a quella tendenza diffusa nell’arte contemporanea che vede l’impiego di diverse tecnologie a fini espressivi, senza soluzione di continuità, scegliendo di volta in volta la tecnica e il medium che meglio si addice a condensare contenitore e contenuto.
Lo spazio nell’opera di Ciffo è componente fondamentale, come sintassi base dell’espressione e come luogo finale nel quale l’oggetto andrà a collocarsi.
Oggetti e opere sono definibili come site specific, particolarmente illuminanti a questo riguardo le “installazioni” per spazi pubblici e privati, nei quali è identificabile la volontà di integrazione spaziale, di interazione dialettica tra volumi; l’alfabeto dell’espressione artistica ricomposto in forma dal design e assemblato secondo i parametri architettonici.
Ogni disposizione delle opere, che si tratti di case private, esercizi commerciali o musei viene contemplata come allestimento, ovvero esercizio combinatorio di un alfabeto spaziale per strutturare una sintassi espressiva fatta di volumi e forme dialoganti.A questa ulteriore caratteristica strutturale appartenente al versante linguistico dell’arte contemporanea, l’artista biellese aggiunge una palese componente relazionale alle sue opere.
Queste non risultano meri elementi decorativi o arredativi ma mirano – e riescono platealmente – a condensare la partecipazione empatica, di sguardo e sensazioni degli spettatori-utenti degli spazi.
Mirano a interagire, includendo nel processo creativo come elemento inscindibile l’integrazione partecipativa dell’utente, facendolo diventare co-autore.
Si affranca anche da quella tendenza tanto diffusa nel design contemporaneo che vede la creazione pervasiva di progetti “leggeri”, nella maggior parte destinati a spazi abitativi interstiziali (come testimonia la mostra esemplare del 2007 The New Italian Design) e insieme rifugge dall’attivazione di progetti e modelli “provvisori” e “reversibili” che lascino ampi margini di adeguamento alle esigenze del marketing.
Anzi vi oppone una ferma e strutturata disciplina plastica, che si distanzia dalla microdimensione accessoria come dal monumentalismo a favore di una forma che benefici, come già detto dell’aspetto relazionale e della sintassi spaziale biunivoca rispetto al luogo. In questo contesto la sua ricerca viaggia in parallelo a quella di molti artisti plastici contemporanei. Dove ce ne fosse bisogno i valori formali messi in campo in ogni lavoro di Alessandro Ciffo confermano la sua coerenza con il dibattito legato alla ricerca artistica contemporanea.
La dimensione percettiva attivata con la serie dei “quadri”, che eccedono la forma dipinto liberandosi dalla finalità realistica mimetica, proseguendone però la ricerca attraverso i parametri compositivi espressi attraverso colore e luce.
Luce – elemento cardine delle arti visive - dal cinema, alla pittura, passando per la fotografia e il video - che lungi dall’essere mero elemento di arricchimento decorativo, diviene in questa mostra fulcro e motore della comprensione dell’unità minima percettiva, l’oggetto e di quella macroscopica, l’allestimento.Luce che diviene componente strutturante nella duplice valenza di valore compositivo e di elemento processuale, inserendo una dimensione temporale in quella spaziale dell’opera plastica.
Che si tratti di una seduta o di una composizione, segno, luce, colore sono oggetto di una modulazione compositiva, di una ricerca estetica che travalica di gran lunga la mera finalità funzionale.

Alessandro Romanini
[docente di “Teoria della Percezione e Psicologia della Forma” presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara, curatore di mostre di arte contemporanea e rassegne di videoart]. 

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